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Autore: Nadia Izzo

Stare soli fa bene? Oppure no?

L’esperienza della solitudine è comunque inevitabile. Prima o poi succede, ci ritroviamo soli, sperimentando un bouquet di emozioni contrastanti che ci trascina in un vortice apparentemente senza via d’uscita.

Lo studio

La solitudine, lo stare soli con noi stessi e i nostri pensieri, è un’esperienza che generalmente tendiamo a evitare, come dimostra uno studio condotto da ricercatori delle Università americane della Virginia e di Harvard, pubblicato su Science.

Dall’ indagine è emerso come oggi non sia facile restare da soli: la maggior parte dei 700 partecipanti, ai quali gli sperimentatori hanno imposto periodi di isolamento, ha dichiarato infatti di aver vissuto questa esperienza come estremamente spiacevole.
Secondo gli studiosi, quando stiamo soli e inattivi, la nostra mente tende a fissarsi sulle cose che non ci piacciono di noi stessi e a prevedere scenari catastrofici.
In effetti, quanti di voi hanno pensato, in questi momenti, di venir “sbranati dai cani alsaziani” o ancor peggio di arrendersi allo stato di “zitellaggio perenne”?

La nostra cara Bridget Jones descrive benissimo questa sensazione negli esilaranti monologhi del mitico film “Il diario di Bridget Jones”, nel quale da anni le ragazze e donne di tutto il mondo si identificano.

Prendo spunto da questo film per una riflessione sulla solitudine, o meglio sul motivo per cui la solitudine ci fa così paura e se è possibile viverla come “esperienza di vuoto fertile”, come momento di evoluzione personale e non come una piaga sociale, come un incidente gravissimo o come il risultato di una colpa da espiare.

Che cos’è il “vuoto fertile”?

Questo concetto non è facilmente definibile.

Dando la parola a F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman (1951),

“l’individuo capace di tollerare l’esperienza del vuoto fertile, sperimentando fino in fondo la propria confusione e che riesce a diventare consapevole di tutto quanto richiama la sua attenzione (allucinazioni, frasi interrotte, sentimenti vaghi, strani) avrà una grande sorpresa, […]; all’improvviso apparirà una soluzione, un insight fin ad ora inesistente, un lampo di comprensione o percezione”.

 

Seguendo quindi questo ragionamento, la solitudine potrebbe essere un’esperienza importantissima per l’essere umano, un’occasione preziosissima per entrare in contatto con i propri bisogni, un’esperienza di amore verso se stessi.
Il coraggio di attraversare il nostro vuoto interno e l’esperienza di consapevolezza ed empowerment che ne derivano, rappresentano l’investimento sul nostro benessere psicofisico.
Vivere con sufficiente serenità la solitudine, estende le possibilità future di incontrare un TU, capace di mettere in circolo il nostro potenziale umano e di vivere relazioni soddisfacenti.

Stare soli fa bene! 

Vivere bene la solitudine è possibile, ed ecco tre buoni motivi per vivere questa esperienza:

  • ci fa riflettere su noi stessi
  • ci fa sentire autonomi e ci mette alla prova
  • ci permette di potenziare le nostre capacità cognitive, diventando capaci di risolvere problemi
stare_soli
Ph Filomena Sisinni

Molte persone si rivolgono a me perché si sentono sole!

Nel mio studio incontro tante persone, uomini e donne, che attraversano momenti di estrema solitudine.
Alcuni si sentono “come un leone che prima di morire si allontana dal branco…”; altri si sentono “come in panchina, ad osservare gli altri che giocano, con la paura di scendere in campo e partecipare…”; altri ancora si percepiscono “come una fragile spiga in un campo di grano e in balia del vento”.

Per queste persone lo stare soli coincide con il sentirsi soli.

Il sentirsi soli ha a che fare con il non sentirsi capiti, accettati e amati e con la percezione di un divario tra ciò che desideriamo dagli altri e ciò che otteniamo.
Se non elaboriamo tale esperienza in chiave evolutiva, rischiamo di cadere in dinamiche che impediscono una vita relazionale soddisfacente.
Gran parte del mio lavoro con queste persone è orientato all’ attraversamento del vuoto interiore: un passaggio fatto insieme, terapeuta e paziente, come due componenti di una stessa squadra, in cui la relazione tra i due fa da protezione e nutrimento.

Questa esperienza ha come effetto l’accrescimento della propria autostima e del proprio empowerment, una sorta di percorso verso l’amore per se stessi.

“E’ inutile cercare chi ti completi, nessuno completa nessuno, devi essere completo da solo per poter essere felice”. Erich Fromm

Autrice: Nadia Izzo

Bibliografia

Perls F.S., Hefferline R.F., Goodman P. (1951), Gestalt Therapy: Excitement and Growth in the Human Personality, New York, The Julian Press Inc. [ediz. it.: Perls F.S., Hefferline R.F., Goodman P. (1997)]

Erich Fromm (1956) , L’arte di amare, Edizioni Oscar Mondadori, Milano
Perls F.S. (1969), La terapia della Gestalt- Parola per parola, Casa Editrice Astrolabio, Roma