Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Autore: Barbara De Angelis 

“Mi leggi nella mente?”

Roma. Entro in un negozio e la proprietaria, che conosco, mi saluta e mi chiede

“come va?”

Poi succede qualcosa che solo chi è psicologo vive, anche quotidianamente, (alzi la mano a chi non è mai capitato), quando anche io le chiedo “come stai, come vanno le cose con tua figlia?”, e lei si ferma, mi guarda, e mi dice:

“Mi stai analizzando?”

Ecco una delle credenze che molte persone hanno rispetto allo psicologo: “ Quando apri bocca davanti a lui, appena fai un movimento, lui comincia una scansione di tutto ciò che ascolta e vede, e analizza il tutto per poi farsi una precisa idea di chi tu sia e di quali patologie mentali soffri”. Quindi, sempre secondo tale diffusa credenza, lo psicologo indaga, giudica, analizza, valuta.

Essere psicologi, e come nel mio caso psicoterapeuti, è tutt’altro che questo; tuttavia ogni professione ha il suo stereotipo e la sua bella dose di pregiudizi difficili da eliminare.

Siamo tutti esseri umani, ma non tutti psicologi

Sono convinta che l’affermazione “Siamo tutti un po’ psicologi” nasca dall’idea che tutti abbiamo una teoria del funzionamento umano, che tutti gli esseri umani sono biologicamente programmati ad avere un’idea della mente dell’altro.

Quello che distingue un professionista è il modo in cui aiuta l’altro.

Tutti abbiamo orecchie per sentire, tuttavia la capacità di ascoltare attivamente un individuo che parla di sé è un’abilità che deve essere studiata.

Il cuoco (che c’entra la cucina?)

Se ho di fronte tanti ingredienti per fare una torta, come farina, zucchero, uova posso pensare che unendoli in un certo modo otterrò il risultato sperato. Senza una ricetta dovrei procedere alla cieca, per tentativi ed errori non conoscendo gli effetti e le conseguenze delle varie azioni.

Lo psicoterapeuta, rimanendo nella metafora, possiede una o più ricette che gli derivano da

“…essersi strutturato in profondità attraverso un processo di apprendimento e di continua crescita per migliorare le proprie qualità umane unitamente alle tecniche professionali” (Giusti, 2004).

La relazione è (quasi) tutto

Ma l’ascolto e le prassi terapeutiche (“le ricette”) non sono tutto; anzi la cosa più importante per un terapeuta è creare una relazione terapeutica; essa è un tipo molto specifico di relazione, secondo la Clarkson (1995) :

  1. di solito viene pagata in base ad accordi contrattuali;
  2. una delle parti in relazione è stata specificatamente formata al tal fine;
  3. l’obiettivo fissato di norma consiste nel miglioramento dei problemi psicologici o della salute mentale del partner pagante;
  4. il terapeuta è disponibile ad impegnarsi in questo modo per il benessere di un altro essere umano.

Ovviamente la psicoterapia non è l’unico modo per raggiungere la salute psicologica. Tuttavia è una strada possibile

“per aiutarsi a cambiare, attraverso una relazione professionale di fiducia e confidenza” (Beitman, Yue, 2004).

Credo che la maggior difficoltà della psicoterapia stia nell’aiutare l’altro attraverso la relazione. Spesso è proprio un fallimento relazionale o una serie di fallimenti relazionali ad aver portato il problema.

-1

Il cattivo terapeuta

A volte i media danno l’immagine del terapeuta

“come di una persona che non sa ascoltare, non è disponibile, non ha risolto i suoi problemi, non è sempre corretto, manca di formazione ed è ingenuo e pasticcione” (Giusti, Germano, 2006).

Cercare di esprimersi al meglio della nostra umanità, almeno nello spazio della seduta è nostra responsabilità.

Farlo anche al di fuori della seduta sarebbe auspicabile tuttavia impossibile perché anche noi terapeuti “abbiamo i nostri problemi”.

Allo stesso tempo visto che abbiamo scelto questo ruolo, per non essere confusi con l’amico o il guru di passaggio, è necessario esercitare ed espandere la nostra creatività, curiosità, integrità, vitalità, umiltà, auto riflessività, speranza, humor, spiritualità, ecc. (Giusti, Germano, 2006) per poter essere, con chi ci fa richiesta d’aiuto, ADEGUATI.

Questo è uno dei compiti più alti e difficili che un essere umano può assumere verso un altro essere umano:

“Nella cura delle anime, occorrono una tazza di scienza, un barile di prudenza e un oceano di pazienza”(San Francesco di Sales).

Perciò forse se siamo tutti un po’ psicologi e chi decide di essere un terapeuta è molto di più di quel “po’”.

Bibliografia:

Beitman B. D., Yue D., (2004), Learning Psychotherapy: Leader’s Manual, W. W. Norton, New York.

Clarkson (1995) La relazione psicoterapeutica integrata, Sovera, Roma.

Cottone, R.R. (1998), Epistemological and ontological issue in counselling: Implications of social system theory. Counselling Psychology Quarterly, 1(4), 357-365.

Giusti E. (1987), Ri-trovarsi prima di cercare l’altro, Armando, Roma. Nuova Edizione 2004.

Giusti, Germano (2006), Psicoterapeuti generalisti. Competenze essenziali di base: dall’adeguatezza verso l’eccellenza, Sovera, Roma

Giusti, Montanari, Montanarella (1995), Manuale di Psicoterapia Integrata. Verso un eclettismo clinico metodologico, Francio Angeli, Milano

Autore: Barbara De Angelis