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Autore: Vanessa Poscia

Felice è l’uomo che può vivere della sua passione. (G. B. Shaw)

Ho scelto di iniziare questo articolo con degli interrogativi. Alcuni inizi nascono così, con una domanda.

O sbaglio?

Quale attività di volontariato potrei svolgere?

Quale campo di applicazione dovrei scegliere?

Come trovare un equilibrio tra le proposte esperienziali del territorio e le mie curiosità?

Quali potrebbero essere gli sbocchi lavorativi se faccio questo percorso formativo?

Come un puzzle

Rimettere insieme tutte le strade che ho percorso al fine di rispondere agli interrogativi che possono attanagliare chi come me ha intrapreso la strada della psicologia, mi fa saltare alla mente un vecchio ricordo di quando avevo 10 anni circa e amavo costruire puzzle 3D tanto in voga negli anni ’90. Potevo ricostruire intere città o castelli, con tutte le loro strade e i loro ponti e se sbagliavo una combinazione bastava che quel pezzetto, così morbido al tatto, venisse staccato per essere ricollocato al posto giusto.

Ed ora nel descrivere appunto quelle che sono state le mie esperienze lavorative mi sento chiamata a fare quest’opera di ricostruzione: trovare la giusta combinazione di ogni tessera per dare forma alla me corporea, a quella me che in questo momento sta davanti al pc a scrivere.

Esiste qualcosa che si eleva al di sopra della rievocazione del passato, ed è la spontaneità; e qualcosa che è piú soddisfacente dei giochi ed è l’intimità. (Eric Berne)

 

Lavoro e tirocinio

Durante l’ultimo anno di scuola superiore mi addentrai nel mondo della psicologia facendo un’esperienza all’interno di un centro di riabilitazione psichiatrica. Mi divertii a lavorare con persone definite “bizzarre”, con loro scoprii la semplicità dei sentimenti e la franchezza nelle relazioni unite all’ imprevedibilità dell’essere umano.

Durante i primi anni universitari iniziai un lavoro.

Quello che mi si presentò fu di mettermi alla prova come babysitter.

Io che sino al quel momento mi ritenevo poco avvezza ai bambini, scoprii che dentro di me una curiosa e frizzante fanciulla era in realtà viva e molto vegeta!

Se dovessi descrivere quel momento di contatto in termini analitico-transazionali, lo vedrei come il primo tuffo nel mio Stato dell’Io Bambino, in quella fonte di creatività, di ricreazione e di procreazione che spesso ci dimentichiamo di avere.

 

Le risposte

In questi anni universitari feci anche le prime esperienze di tirocinio. È qui che prese forma uno dei miei più grandi interrogativi: cosa mi interessa veramente?

Partì la ricerca. La prima risposta la trovai in una casa famiglia ospitante persone affette da HIV. Qui avvenne un cambiamento. Quando mi trovai a confrontarmi con realtà dure come quella della malattia e dell’emarginazione sociale, la mia vita mi sembrò stupenda, i miei problemi non mi sembrarono più tali o almeno, iniziai a percepirli come superabili.

La seconda risposta la scovai in un centro di accoglienza per tossicodipendenti. L’avere a che fare con persone che provenivano dalla strada, che erano abituate a guardarsi le spalle, mi mise a dura prova. Tirai fuori la grinta.

Poi la terza risposta la pescai in un reparto di neuropsichiatria infantile. Qui iniziai ad osservare i bambini, a collegare le fasi di sviluppo studiate sui libri alla realtà concreta sempre più sfaccettata e complessa.

Dalle risposte avute grazie a tali esperienze, seguirono altre esplorazioni: alcune rintracciate in un servizio per bambini con diagnosi DSA e ADHD, altre nella realizzazione di corsi di formazione, altre ancora nello svolgimento di centri estivi e nell’ insegnamento della psicologia.

 

La ciliegina sulla torta

A questa ricompattazione dei pezzi ne manca ancora uno, l’ultimo, quello che serve a completare la forma della me attuale e cioè l’avvio dell’attività privata.

Questa non è di certo l’attività più facile da far decollare, ci sono molte turbolenze che ne disturbano il volo, ma ci sono anche delle virate adrenaliniche che la rendono eccitante.

Non scriverò altro su questa avventura, voglio dedicarle un articolo tutto suo.

Ci tengo però a dire che ho iniziato a leggere un libro, Olga di carta. Si tratta del viaggio di una bambina di carta, appunto, che vuole diventare una bambina “vera” e per farlo deve trovare una maga. Olga ha intrapreso due viaggi senza saperlo (forse). Non ne conosco ancora la fine ma a lei, che è un po’ me, auguro tanta fortuna e di vivere pienamente una vera avventura, la vita.

SE I SOGNI FOSSERO FACILI DA REALIZZARE, NON SAREBBERO SOGNI!

(Elisabetta Gnone)

Bibliografia

Berne E. (1987), A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano

Gnone E. (2015), Olga di carta. Il viaggio straordinario, Salani Editore, Milano

Shaw G. B. (1993), Pigmalione, Mondadori , Milano