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Autrice: Magda Morrone

Martina ha 27 anni quando entra nel mio studio. Sembra intimorita, parla a voce bassa e lentamente.

Mi dice di sentirsi bloccata, confusa, ansiosa e mi chiede aiuto. Ha una famiglia che la ama, una buona salute, una relazione che funziona, eppure le manca qualcosa.

“Dovrei essere felice, non mi manca nulla, e invece sento che mi manca tutto”.

Lavora nell’azienda familiare ed è rassegnata a rimanerci, nonostante questo lavoro non la entusiasmi. “Sono fortunata, alcuni ragazzi non hanno neanche questo”. Quasi distrattamente, infine, mi dice che è laureata in Psicologia.

“Ma sinceramente di questa laurea non so che farmene”

Dopo il primo colloquio, Martina decide di cominciare un percorso di psicoterapia; appare subito fortemente motivata, è puntuale e sfrutta ogni minuto che passiamo insieme.

Le emozioni sotto la corazza

Dopo circa un anno dall’inizio della terapia, Martina inizia a dare spazio alle sue emozioni e comincia a sentire che c’è qualcosa oltre quella cortina del “va tutto bene” dietro la quale si rifugia: comincia a sentire l’emozione che si nasconde al di là di ciò che mostra agli altri.

Comincia a sentire la paura

Uno dei suoi temi è la superstizione, quello che in terapia viene chiamato “pensiero magico”, uno stratagemma cognitivo il cui assunto fondamentale è la credenza di influenzare la realtà attraverso pensieri o azioni.

“Se metto quell’anello so che può succedere qualcosa di brutto, allora evito”.

Diventare psicoterapeuta: storia di una ragazza che aveva paura 3

La maledizione del vestito verde

Dietro il “pensiero magico” si nasconde una profonda paura e un’insicurezza rispetto alla propria capacità di intervenire attivamente ed efficacemente sulla propria vita.

Rituali e superstizioni offrono a Martina l’illusoria convinzione di gestire una realtà sulla quale sente di non avere potere, ma allo stesso tempo limitano l’espressione profonda dei suoi desideri. Un giorno mi dice di avere un vestito verde che adora ma che non mette mai perché

“tutte le volte che lo metto succede qualcosa di brutto!”

La terapia come spazio sicuro dove essere finalmente imperfetti

All’interno del setting terapeutico dentro il quale il terapeuta si fa garante di contenimento e sicurezza, Martina comincia a fidarsi, a esprimere emozioni dolorose legate al suo vissuto di bambina “perfetta” e comincia a pronunciare parole come “ho paura”, “non ce la faccio”, “ho bisogno”, potendo sperimentare così il “riposo dell’imperfezione”.

Diventare psicoterapeuta: storia di una ragazza che aveva paura 4
Foto di Michele Cirillo

Le mie emozioni come terapeuta verso di lei

Il controtransfert con Martina per me è stato potente; sebbene avessimo storie e famiglie diverse, sentivo una profonda empatia con quella sua parte insicura e timorosa.

Ha riportato alla memoria dei frammenti della mia esperienza come paziente: la mia prima terapia, avevo 24 anni, dovevo laurearmi e la specializzazione non rientrava neanche lontanamente nei miei pensieri.

Un giorno, Elena, la mia terapeuta, proprio nel momento in cui stavo attraversando tutta la mia fragilità, mi chiese se avessi mai pensato di specializzarmi dopo la laurea.

“Io?!”

Ricordo ancora tutto il mio stupore.

Magda Morrone (la terapeuta)
Magda Morrone (la terapeuta)

La memoria di questo stupore mi aiuta a capire Martina

Quella memoria, durante una seduta con Martina, è stata determinante per ricordarmi il senso della fiducia senza aspettative che sperimentai allora. Qualcuno si fidava di me a tal punto da contemplare un mio successo, al punto di vedere nel mio dolore qualcosa di utile, naturale, sano. Fu allora che conobbi la differenza tra l’aspettativa e la fiducia. Così ora io mi fidavo di Martina e desideravo che lei lo sapesse.

“Sono gli atteggiamenti e i sentimenti dello psicoterapeuta, piuttosto che i suoi orientamenti teorici, ad essere importanti nella relazione psicoterapeutica”. (Carl Rogers)

Faccio la fatidica domanda

A distanza di anni, rivolgo a Martina quella stessa domanda.

“Hai mai pensato di specializzarti in psicoterapia?”

Lei risponde: “Io?!”

Mi arriva tutto il suo stupore.

Martina compra  i libri per l’Esame di Stato; in agosto, con un sms mi informa di averlo superato: era abilitata alla professione! Al rientro dall’estate mi comunica di avere scelto la scuola di specializzazione.

Dov’è oggi Martina?

Oggi, Martina continua ad affrontare le sue paure, accoglie con entusiasmo le nuove responsabilità, la sua motivazione non riguarda più la compiacenza di una aspettativa esterna a lei, ma l’entusiasmo per una professione che ha scelto.

Ha affrontato il suo primo fallimento e lo ha affrontato da adulta, consapevole che un errore è un’occasione per imparare, non una definizione assoluta della sua identità.

“È nel momento in cui mi accetto così come sono che io divengo capace di cambiare”. (Carl Rogers)

A distanza di poco più di due anni da quella seduta, oggi Martina è a metà del suo percorso di specializzazione, sta aprendo uno studio e ha già cominciato a lavorare come psicologa privatamente.

Durante la nostra ultima seduta indossava un bellissimo vestito verde.

BIBLIOGRAFIA

Barry E. Wolfe (2007) Trattamenti integrati per disturbi d’ansia. La cura del sé ferito. Edizioni Sovera, Roma.

Autrice: Magda Morrone