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Autrice: Nadia Izzo

Prima di andare sull’aspetto professionale/psicoterapeutico, facciamo un passo indietro su Inside Out.

Una richiesta insolita

Una richiesta un po’ bizzarra e forse un po’ provocatoria appare sul sito Reddit:

come sarebbe Inside out senza le scene ‘inside’?

La sfida è colta da uno studente di cinema dell’Università dello Utah, Jordan Hanzon, il quale decide di montare insieme gli spezzoni di vita “reale” di Riley (la protagonista del film), eliminando tutte le parti che mostrano le vicissitudini di Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia, i cinque personaggi che abitano e animano la vita interiore della piccola.

Il risultato è un filmato di 15 minuti di Inside Out, che prende il nome di “Outside Edition”.

Per i pochi che non avessero visto il film originale

Inside out è un lungometraggio di Pete Docter, prodotto dalla Pixar, che racconta la storia della piccola Riley, una ragazzina di 11 anni che deve affrontare i cambiamenti causati dal suo trasferimento dal Minnesota a San Francisco.

Il film è ambientato per gran parte nel suo cervello, dove le emozioni principali, Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia, gestiscono gli stati d’animo da una cabina di comando, avviano la costruzione e lo stoccaggio dei ricordi, reagiscono secondo la loro natura agli stimoli esterni di un momento così critico per la bambina.

L’originalità di Inside Out sta soprattutto nella tecnica narrativa usata per gran parte del film: quello che capita a Riley viene mostrato tramite cinque emozioni “personificate” che agiscono nella sua mente, e che catturano gli spettatori per le loro sembianze buffe, morbide, colorate e “umane”.

Una foto pubblicata da Mihai Morar (@mihaimorar) in data:

Cosa succede senza le scene delle emozioni?

In realtà, Outside Edition produce nel telespettatore lo stesso terremoto emotivo che produce il film originale.

Ti riscopri comunque con le lacrime fino al collo e a corto di fazzolettini, sapendo di aver fatto un’esperienza emotiva altrettanto complessa e profonda, perché le emozioni non si “guardano”, si “sentono”.

Certo, è molto potente poter associare un’immagine ad una emozione, ecco perché i personaggi del film ci colpiscono così tanto nelle loro sembianze quasi umane: il viso tondo e morbido rende Tristezza simpatica, e tu senti quanto sia profonda, bella, giusta.

Ridi a crepapelle con i titoli del giornale di Rabbia, le cui fiamme non sono poi così ingestibili se puoi riscaldarci sopra i marshmallow e, osservando bene la signorina Disgusto, ti accorgi che è semplicemente una tipa tosta che al momento giusto riesce a prendere la decisione più difficile e risolutiva.

Come afferma il giornalista Matteo Bordone:

“Inside out racconta le emozioni trovando una sintesi delicata tra la fisiologia del cervello, le strutture della psiche e una vicenda personale che produce immedesimazione nel pubblico. Gli eventi reali sono minuscoli nel tempo della bambina, mentre diventano molto più estesi e avventurosi nella sua vita emotiva”.

Non si possono escludere le emozioni

L’esperimento dello studente americano ci dimostra che non possiamo escludere, neanche con mezzi tecnologici avanzati, le emozioni dalle nostre esperienze di vita, anzi sono proprio loro che regolano il nostro funzionamento mentale.

Come del resto affermano L.S. Greenberg e S.C. Paivio (2000) nel loro libro:

“Le emozioni regolano il funzionamento mentale organizzando sia il pensiero che l’azione […] In primo luogo esse stabiliscono delle priorità fra obiettivi e ci organizzano per intraprendere azioni precise […] In secondo luogo, le emozioni fissano le mete verso il cui conseguimento tendono i pensieri e l’azione, rendendo l’emozione un fattore determinante centrale della condotta umana “.

Provare a trattenere le emozioni o ancor peggio non darsi il permesso di poterle vivere, sentire, esperire e far fluire liberamente, mette l’essere umano in una condizione di profondo disagio, del quale spesso non è consapevole, e che produce effetti più o meno gravi sulla sua vita.

Nel mio studio

Pupazzi di Inside Out che uso nel mio lavoro
Pupazzi di Inside Out che uso nel mio lavoro

Da quasi un mese nel mio studio sono comparse: Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia. Sono lì sul divano, nel mio setting terapeutico. Mi fanno compagnia e mi aiutano con i pazienti, e non solo adolescenti.

Qualcuno le riconosce subito, altri non riescono immediatamente a capire cosa ci facciano lì, altri ancora le stringono al petto come il pupazzo che da bambini ci aiutava a dormire ed a proteggerci dai mostri.

I pupazzi della Pixar sono diventati un mio potente strumento di lavoro. In terapia individuale e in terapia di gruppo, favoriscono il gioco di immedesimazione e proiezione. Attraverso di essi i miei pazienti riescono a dar voce a quelle emozioni che hanno messo a tacere per tanto, troppo tempo.

“A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni.” (Alessandro Baricco)

Bibliografia

  • S. Greenberg e S.C. Paivio, Lavorare con le emozioni in psicoterapia integrata, Roma, Sovera Editore, 2000.

Autrice: Nadia Izzo